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Avv. ANTONIO CARDELLA Via Cimaglia, 112 Tel/Fax 081 8491273 80059 Torre del Greco (NA) ESPERTO IN DIRITTO DI FAMIGLIA E DEI CONSUMATORI
27 Settembre 2020

BANCHE - POSTE

I MUTUI CON TASSI USURAI POSSONO ESSERE ANNULLATI

Cassazione 350/2013

I mutui con tassi “usurai” possono essere annullati. E’ quanto si legge nella sentenza 350/2013 della Corte di Cassazione: quando tasso di mora, penali e varie spese, (messi tutti insieme) superano il tasso soglia stabilito dalla legge antiusura 108/96, anche i mutui diventano usurai e possono essere annullati con le relative procedure giudiziali bloccate La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 350/2013 oltre a permettere il recupero integrale degli interessi pagati su mutui, leasing e finanziamenti, quando i tassi o le penali superano la soglia di usura, ha recentemente stabilito che il mutuo ipotecario può essere annullato se ricorrono alcuni estremi che lo riportino a superare il tasso d’usura e quindi usufruendo di tutte le possibilità previste dalla Legge 108/96, tra cui la restituzione di tutte le somme versate con l’applicazione del articolo 1815 c.c., richiamato anche dall’art. 644 CP e dell’art. 4 della L108/96 che in sintesi prevedono la nullità della clausola contrattuale.
La Corte di Cassazione, con la sentenza del 9 gennaio 2013 n. 350 ha sancito due principi importanti e nuovi a favore dei risparmiatori:
1) i mutui con tassi usurai possono essere annullati interamente;
2) il calcolo del tasso di usura si fa sommando tutte le somme addebitate dalla banca e non solo guardando agli interessi pattuiti per contratto.
Pertanto, se le penali, le commissioni, gli interessi di mora, le spese comunque denominate ecc., sommate al tasso degli interessi, sforano la soglia dei tassi ufficiali fissati in base alla legge antiusura n.108 del 1996, il mutuo è invalido.
I due principi affermati determinano conseguenze di fondamentale importanza: nel caso di applicazione di interessi di mora, il cui tasso sommato a quello previsto nel piano di ammortamento ordinario sfori il tasso soglia, il consumatore non dovrà pagare neppure un euro a titolo di interessi e tutti quelli già pagati dovranno essere restituiti dalla banca . I consumatori che stanno subendo una procedura espropriativa da parte di una banca possono chiedere l’annullabilitá del mutuo e questo sará motivo molto forte per bloccare la procedura esecutiva in corso.
Se vengono applicati tassi usurai su mutui e prestiti è possibile recuperare gli interessi pagati e i contratti sono annullabili. La sentenza della Corte di Cassazione 350/2013 ha sancito che, per quanto riguarda mutui e prestiti, in caso di applicazione di tassi usurai, non solo è possibile recuperare gli interessi pagati, ma anche annullare il contratto: ovvero quando il tasso d’interesse, le penali e le varie spese, tutte messe insieme, superano il tasso soglia stabilito dalla legge antiusura 108/96, anche i mutui ed i prestiti diventano usurai. Per la Cassazione, dunque, quando viene superata la soglia di usura c’è il recupero integrale degli interessi pagati e il contratto può essere annullato. “per verificare se il contratto di mutuo o di finanziamento rientra nella fattispecie sancita dalla Corte è NECESSARIO:
1) essere fisicamente in possesso del contratto (nel caso del mutuo, se non si è in possesso del contratto, basta chiederne copia alla banca e/o al notaio che ha effettuato il rogito);
2) valutare il tasso concretamente e complessivamente applicato dall’istituto di credito o finanziario;
3) confrontare il tasso con i tassi soglia stabiliti trimestralmente dalla Banca D’Italia;
4) qualora il tasso complessivamente applicato dalla banca o dalla finanziaria sia superiore al tasso soglia, e quindi l’istituto abbia praticato o stia praticando usura, gli si dovrà inoltrare una formale diffida;
5) effettuare un tentativo di conciliazione con l’istituto di credito o finanziario al fine di raggiungere una soluzione bonaria della vicenda, altrimenti occorre promuovere un giudizio.
per approfondire l’argomento o per fare una prima valutazione sulla fattibilità dei singoli casi scrivere ai ns contatti
L’art. 1815 c.c. sugli interessi: “Salvo diversa volontà delle parti, il mutuatario deve corrispondere gli interessi al mutuante. Per la determinazione degli interessi si osservano le disposizioni dell’articolo 1284. Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”. Per determinare il tasso d’usura bisogna inserire tutte le somme addebitate dalla banca tra spese, penali, interessi di mora ecc, e l’ammontare complessivo rappresenterà la quota precisa che dovrà determinare il cosiddetto TEG “tasso effettivo globale ”, se questo è superiore al Tasso Soglia, il rapporto è in USURA.
Tale situazione si verifica specie in presenza di insolvenza o di ritardati pagamenti, con le penali applicate precedentemente pattuite in modo sproporzionato rispetto ai limiti del tasso usura, ed oggi con la nuova sentenza diventa molto più agevolato far valere questo principio. Questa opportunità di poter verificare anche sui mutui i tassi usura, applicando il principio stabilito già per i rapporti di affidamento bancario dalla precedente sentenza della II Sezione Penale della Cassazione n. 12028 di marzo 2010 , diventa un elemento di ulteriore verifica da effettuare per far valere i propri diritti e poter sospendere azioni giudiziali in corso ed illegittime.
La nullità di un contratto con l’istituto di credito può essere rilevata sempre, anche d’ufficio, anche se le questioni sono state poste per la prima volta in appello: prevalente la necessità di non dare seguito a un accordo sul quale l’ordinamento giuridico esprime giudizio negativo.
sent. n. 17257 del 12.07.2013 -Cass. Sez. Un. n. 14828/12.
la nullità di un contratto di fideiussione (e, più in generale di un qualsiasi contratto stipulato tra un privato cittadino e una banca) può essere rilevata anche d’ufficio dal giudice, quindi al di là dell’eventuale eccezione sollevata da consumatore. In altre parole, se il giudice si accorge che l’Istituto di credito ha fatto firmare al cittadino un atto negoziale poco trasparente e, per ciò, viziato, lo deve dichiarare nullo, anche se la parte in giudizio non l’ha espressamente chiesto o è decaduta dal diritto di chiederlo (nel caso di specie, la questione della nullità del contratto era stata posta, per la prima volta, in appello, violando il divieto di nuove eccezioni in secondo grado).
Secondo la Corte, infatti, deve sempre prevalere, rispetto alla formale applicazione delle regole del processo la necessità di non dare attuazione a un contratto ritenuto, dall’ordinamento, in violazione della legge e, in particolare, degli obblighi di informazione e trasparenza nei confronti del consumatore .
L’obbligo di esaminare d’ufficio la natura abusiva e la conseguente nullità e inapplicabilità di una clausola contrattuale era stato sottolineato, in passato, anche dalla Corte di Giustizia Europea
Tuttavia, alcune ultime sentenze hanno fatto segnare un punto a favore delle banche nella questione del calcolo dei tassi usurari. Una su tutte: secondo il Tribunale di Napoli (sentenza 5949/2014) non è definito da alcuna norma che il tasso di mora debba essere sommato aritmeticamente a quello degli interessi corrispettivi ma, al contrario, il solo obbligo è che interessi e mora, sommati, non eccedano la soglia di usura. Il malcapitato querelante si è così trovato ad accusare la banca di volergli imporre tassi di interesse del 6,75% aggiunti ad una mora dell’8,75% per il ritardato pagamento (a fronte di un tasso di usura dell’8,8%). La banca ha però avuto ragione in quanto si è stabilito che, a causa del mancato pagamento, al contraente sarebbe stato chiesto il tasso di mora in sostituzione (e non in aggiunta) a quello pattuito, cioè un tasso al limite dell’usura ma non oltre.
Perché si è potuto emettere una sentenza del genere? Perché secondo il tribunale, le istruzioni date da Banca d’Italia agli istituti di credito permettono di non conteggiare, nel confronto tra tasso di interesse e soglia di usura, né i tassi di mora, né le commissioni, stabilendo solo, genericamente, che la somma tra tutti questi oneri non debba superare, appunto, la soglia di usura. Questa medaglia ha due facce: una negativa (e cioè che il querelante in questo caso ha dovuto sborsare tutti gli interessi arretrati); una positiva, e cioè che da oggi in poi ci si potrà appellare a questa sentenza in caso di ritardo nei pagamenti, chiedendo che il tasso di mora venga usato in sostituzione e non in aggiunta altasso di interesse del mutuo. Tale considerazione, in realtà potrebbe essere corretta e, pertanto, è necessario che la consulenza di parte venga eseguito da un professionista ( commercialista – fiscalista – bancario ) esperto e responsabile. Le conseguenze di una perizia errata vanno a cadere, oltr che allo steso professionista, soprattutto in capo al cittadino consumatore il quale si potrebbe vedere condannato alle spese di lite, al risarcimento di danni per lite temeraria oltrechè , nei casi gravi, potrebbe essere denunziato innanzi l’autorità penale per l’accertamento di reati nei confronti degli istituti di credito e finanziarie. Ciò non vuol dire intimorirsi ma essere accorti ed attenti perchè alle spalle di colossi finanziari ci sono professionisti ben pagati e d attrezzati che devono essere debellati ed annullati con le stesse armi. Serietà esperienza e competenza che dobbiamo richiedere anche ai nostri consulenti.
Dato che la situazione – tra istruzioni della Banca d’Italia, sentenze, leggi e posizioni delle singole banche – non è molto chiara ed è facilmente manipolabile, il consiglio è di chiedere nero su bianco, in sede di stipula del mutuo, che la banca espliciti quale sarà l’interesse applicato in caso di mora, in modo che non si crei nessun malinteso.

MANCATA

Il Tribunale di Torre Annunziata, con sentenza n° 1633/2015 del 21/9/2015, ha condannato Poste Italiane s.p.a. al pagamento, in favore di D.D ed altri, nella qualità di eredi di M.A., della somma di ¤ 23.300, oltre interessi legali, nonchè risarcimento ex art. 96 comma 3 c.p.c. e spese legali per oltre 4.000 euro.
IL FATTO
Una famiglia torrese, nella qualità di eredi di M.A., assistita dall'Avv. Antonio Cardella, chiede alle Poste Italiane s.p.a. la restituzione della provvista (capitali), pari ad ¤ 23.300,00, costituita per l'emissione di n° 4 vaglia postali, richiesta da M.A. prima del decesso, e non riscossi dal beneficiario.
Le Poste Italiane negano tale restituzione, eccependo la prescrizione del credito, ai sensi dell'art. 6 comma 3 d.p.r. 144/2001, e la mancata presentazione del titolo originale.
A questo punto alla "famiglia torrese", assistita dall'avv. Antonio Cardella, non resta altra scelta che quella di citare in giudizio le Poste Italiane innanzi al Tribunale di Torre Annunziata. Le argomentazioni e la documentazione dedotte e prodotte in giudizio dall'Avv. Cardella sono tali da convincere il Giudice ad autorizzare la discussione orale della causa e ad emettere la sentenza con estrema celerità (giudizio durato meno di un anno).
Orbene, a seguito della discussione, il Tribunale di Torre Annunziata, con la sentenza in oggetto, depositata in data 21/9/2015, respingendo totalmente le eccezioni e difese prospettate dai legali di Poste Italiane, costituitasi in giudizio, ha accolto la tesi argomentata dall'avv. Cardella, condannando Poste Italiane al pagamento, in favore della famiglia torrese, dell'importo di ¤ 23.300,00, a titolo di restituzione dei capitali impiegati dalla de cuius M.A., prima del decesso, per l'emissione di numero 4 vaglia postali, non riscossi dal beneficiario.
Nella fattispecie, M.A., prima del decesso, richiedeva alla Poste Italiane l'emissione di 4 vaglia postali, tutti intestati a D.D., per l'importo complessivo di ¤ 23.300,00.
Tali vaglia, però, non venivano mai consegnati al beneficiario D.D., rimanendo in custodia della stessa emittente per oltre tre anni, fino a quando, a seguito del decesso di essa M.A., gli eredi li rinvenivano tra gli effetti personali di M.A.
A questo punto, presentati all'incasso, non venivano pagati da Poste Italiane che ne eccepiva la prescrizione.
La tesi difensiva delle Poste, però, contestata dall'avv. Cardella, non è stata ritenuta degna di accoglimento da parte del Tribunale Oplontino che, con la sentenza in oggetto, ha così argomentato:
"......omissis......Gli attori hanno agito nella qualità di eredi di M.A., producendo, a sostegno di tale allegazione, il certificato di morte della de cuius e copia della denunzia di successione presentata nel giugno 2014; la convenuta nulla ha contestato in proposto, avendo incentrato la propria difesa esclusivamente sulla estinzione e sulla inesigibilità del credito azionato.
Può pertanto ritenersi provata la qualità di eredi degli attori, avendo essi allegato l’avvenuta morte della de cuius e la loro successione mortis causa nella titolarità del credito, a seguito dell’accettazione dell’eredità loro devoluta, precisando di essere figli (i primi tre) e nipote (la quarta) della de cuius, e tali precise allegazioni non sono state contestate specificamente dalla convenuta, per cui, ai sensi dell’art. 115 comma 1 c.p.c., deve ritenersi adempiuto l’onere probatorio incombente sugli attori.
In diritto, giova osservare che il servizio di trasferimento fondi mediante vaglia postali è disciplinato principalmente dagli artt. 5 e 6 del d.p.r. 14 marzo 2001, n. 144 (regolamento recante le norme sui servizi di Bancoposta).
In particolare: ai sensi dell’art. 6 comma 1 d.p.r. 144/2001, il trasferimento della somma di denaro mediante vaglia postale si perfeziona con la consegna del vaglia postale al beneficiario; ai sensi del terzo comma di tale art. 6, il credito incorporato nel vaglia postale si prescriva il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di emissione; infine, in base al quarto comma del medesimo art. 6, ai vaglia postali si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni applicabili all’assegno circolare.
I vaglia postali oggetto di causa sono state emessi il 20-11-2009, il 28-5-2010 ed il 23- 9-2010, per cui è indubbio che alle date, rispettivamente, del 31-12-2011 e del 31-12- 2012, i rispettivi crediti incorporati nei singoli vaglia postale si sono prescritti.

Per cui la richiesta del 20-8-2014 del beneficiario di incassare le somme, successiva a tali date, legittimamente era stata respinta dall’intermediario.
Per contro, la richiesta formulata il 16-10-2014 dagli eredi della emittente mediante l'avvocato Cardella - ivi compreso il beneficiario, che però aveva formulato la richiesta unitamente agli altri coeredi in tale comune veste di erede - e poi riproposta in questa sede, non è di ottenere il pagamento del credito incorporato nel titolo ormai prescritto ma il rimborso della somma di denaro che costituisce la provvista originariamente versata all’intermediario per promuovere l’attivazione del servizio di trasferimento fondi.
E non vi è dubbio che la prescrizione in questo caso non è maturata.
Invero, mentre la prescrizione eccepita dall’intermediario riguarda il titolo o, meglio ancora, il diritto di credito incorporato nel suddetto titolo, la quale può essere legittimamente opposta nei confronti del beneficiario del titolo, il medesimo termine di
prescrizione non vale, tuttavia, nei confronti del soggetto che agisce per il rimborso nella veste di richiedente l’emissione del vaglia. In tal caso, infatti, va applicato il termine ordinario di prescrizione dell’azione di arricchimento (decennale), di cui all’art. 2946 c.c..
Difatti, una volta accertato che il servizio trasferimento fondi mediante vaglia postale non sia andato a buon fine, non essendo stato pagato e non essendo più pagabile il credito incorporato nel vaglia postale, rimane del tutto priva di giustificazione l’appropriazione, da parte dell’intermediario, della somma di denaro originariamente versata per approntare la provvista necessaria a realizzare il servizio.
Privo di alcuna giustificazione, quindi, si presenta il rifiuto, che l’intermediario ha opposto nel caso di specie, alla richiesta degli attori di ritirare la provvista originariamente versata dalla emittente de cuius.
Neppure è fondata l’eccezione della convenuta relativa alla mancata restituzione del titolo da parte del beneficiario, quale condizione alla quale è subordinato il rimborso in favore del mittente in caso di mancata consegna o ritiro da parte del beneficiario, ai sensi dell’art. 6 (e 9) delle condizioni di servizio vigenti all’epoca della transazione, norma sostanzialmente analoga a quella di cui all’art. 49, co. 9, del d.lgs. 231/2007, secondo il quale “Il richiedente di assegno circolare, vaglia cambiario o mezzo equivalente, intestato a terzi ed emesso con la clausola di non trasferibilità, può chiedere il ritiro della provvista previa restituzione del titolo all'emittente”. Infatti, gli attori, nel richiedere il rimborso dei titoli, avevano proceduto alla restituzione dei vaglia, per come risulta dalla nota dell’intermediario del 20-10-2014, inviata all'avv. Cardella, con la quale aveva rifiutato il rimborso e restituito i titoli in questione".

Sulla scorta di tali motivazioni, Poste Italiane s.p.a è stata condannata al pagamento, in favore di D.D ed altri, nella qualità di eredi di M.A., della somma di ¤ 23.300, oltre interessi legali, nonchè risarcimento ex art. 96 comma 3 c.p.c. e spese legali per oltre 4.000 euro.
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