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Avv. ANTONIO CARDELLA Via Cimaglia, 112 Tel/Fax 081 8491273 80059 Torre del Greco (NA) ESPERTO IN DIRITTO DI FAMIGLIA E DEI CONSUMATORI
23 Settembre 2020

OMOLOGA SEPARAZIONE

SEPARAZIONE, NO ALL'OMOLOGA SE IL CONIUGE CAMBIA IDEA

Corte di appello di Catania, decreto 3 luglio 2015

Se durante l'udienza presidenziale fissata per il tentativo di conciliazione uno dei coniugi revoca il proprio consenso, l'omologa alla separazione consensuale non può più essere pronunciata . Lo ha stabilito la Corte di appello di Catania, decreto 3 luglio 2015 , accogliendo il ricorso di una donna contro il provvedimento che certificava la fine del rapporto affettivo.

Per la donna, infatti, in difetto di un consenso «validamente e compiutamente» prestato la separazione non poteva essere omologata. Al contrario, secondo il marito dalla natura negoziale della separazione consensuale deriva che il consenso, una volta prestato, non è unilateralmente revocabile.

La questione, ricorda la Corte, «è una delle più controverse del diritto di famiglia», e lo stesso tribunale di Catania, invertendo la rotta, ha iniziato a dichiarare improcedibili i ricorsi cui non segua la conferma del consenso alla udienza presidenziale. Una parte della dottrina ritiene che l'omologazione abbia efficacia costitutiva (o comunque il negozio sia a formazione progressiva) ed è favorevole alla possibilità di revoca del consenso. L'irrevocabilità, invece, è sostenuta da chi si esprime per la natura privatistica dell'accordo, o comunque vede l'omologazione come condicio juris di efficacia. Ugualmente divisa è anche la giurisprudenza. Anche se poi, ricorda la Corte, la «natura negoziale» è «autorevolmente», anche se incidentalmente, sostenuta da alcune recenti sentenza della Cassazione. Tuttavia, prosegue il decreto, anche a voler aderire a questo orientamento - «e cioè considerare l'accordo di separazione come un negozio che si perfeziona nel momento in cui il consenso è espresso, sia pure esso sottoposto alla condicio juris della omologazione per la sua efficacia» - deve però sempre verificarsi quando e come il consenso si può considerare validamente prestato.

A questo proposito, prosegue la motivazione, l'articolo 711 del Cpc prevede che «se la conciliazione non riesce, si da atto nel processo verbale del consenso dei coniugi alla separazione e delle condizioni riguardanti i coniugi stessi e la prole». Dunque, la norma individua il momento in cui avviene la formale dichiarazione di consenso, tanto sulle condizioni che sulla separazione in sé, «non già nel deposito del ricorso, considerato alla stregua di un semplice atto di impulso processuale, ma nella udienza di comparizione innanzi al Presidente». Ed individua nel verbale di udienza, atto pubblico redatto dal cancelliere, «la forma attraverso la quale il consenso deve manifestarsi». In questo senso, anche la Cassazione «non dubita della circostanza che il consenso debba essere prestato innanzi al Presidente del Tribunale dopo l'esito (negativo) del tentativo di conciliazione, anzi si esprime nel senso che “la separazione trova la sua unica fonte nel consenso manifestato dai coniugi dinanzi al presidente del tribunale” (Cass. 1 7607/2003)».

A rigore pertanto, conclude la Corte di secondo grado, nel caso di specie «non si può parlare di revoca del consenso ma di consenso non prestato nei termini e nelle forme previste dalla legge e, di conseguenza, nessun negozio di separazione consensuale può considerarsi validamente stipulato tra le parti». Mentre, sotto il profilo processuale, viene a mancare una condizione di procedibilità: il rito semplificato della omologazione camerale, presuppone infatti una concorde richiesta delle parti, che nel caso di specie manca.

FONTE: IL SOLE24ORE

L’accordo patrimoniale tra i separandi è valido anche se non omologato dal giudice


Cassazione civile, sez. III, 03/12/2015

Il caso.
Nel 1999 il Tribunale di Ancona ha pronunciato la separazione personale di due coniugi provvedendo anche alle attribuzioni patrimoniali richiesti dalle parti. Il marito ha impugnato la decisione e, nelle more del giudizio di secondo grado, i coniugi hanno raggiunto tra di loro un accordo, abbandonando il giudizio d’appello.
Nel 2006, il Tribunale di Ancona ha accolto la domanda, svolta dalla moglie, di risoluzione dell’accordo per inadempimento, di notevole importanza, del marito. Impugnata da quest’ultimo la decisione, il Giudice di secondo grado ha dichiarato “senza effetto” la transazione, sul presupposto che l´accordo tra le parti in materia di regolamentazione delle condizioni di separazione dei coniugi rimane senza effetto se non trasfuso in un atto sottoposto al giudice per l´omologazione.
Avverso tale decisione, il marito proponeva ricorso per cassazione.

Gli accordi patrimoniali tra i coniugi sono validi anche se non sottoposti al Giudice.
La Corte ha accolto i primi due motivi di ricorso, con assorbimento degli altri tre, ritenendo che:
a) l’accordo tra le parti in sede di separazione e divorzio si compone di un contenuto necessario (provvedimenti sulla prole e previsione eventuale dell’assegno ex art . 156 c.c. oppure ex art. 5 l. n. 898/1970) e uno eventuale (la regolamentazione di ogni altra questione patrimoniale o personale);
b) attualmente, per effetto dell’evoluzione giurisprudenziale, viene riconosciuto un sempre maggior spazio all’autonomia negoziale dei coniugi, cosicché l´accordo delle parti raggiunto in sede di separazione o di divorzio (e magari quale oggetto di precisazioni comuni in un procedimento originariamente contenzioso) ha natura sicuramente negoziale, e talora può dar vita ad un vero e proprio contratto;
c) le parti possono validamente regolamentare interessi di carattere patrimoniale ai margini del giudizio di separazione o divorzio; tali accordi, proprio perché frutto della loro autonomia negoziale, sono validi ed efficaci (sulla base dei principi che regolano la materia) anche se non sottoposti al vaglio del Giudice, tramite richiesta di omologa oppure di emissione di sentenza (di separazione o divorzio) su conclusioni conformi.

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